È
noto come, nei momenti in cui si deve raccogliere coraggio e determinazione, si idealizzi un ultimo pensiero prima di gettarsi in un’avventura – spesso pericolosa. Un respiro profondo… e poi l’urlo. Liberatorio e decisivo. Come se il coraggio andasse a comporre uno schieramento compatto per fronteggiare l’incertezza da conquistare.Un esempio molto attuale e immediato si osserva nelle squadre di calcio o di basket: prima dell’inizio della partita, si riuniscono a centrocampo. Il capitano incita i compagni con parole cariche di enfasi, e poi, con un urlo collettivo, il gruppo si predispone al match. Ebbene, anche in azienda il processo per caricare gli entusiasmi e raccogliere le energie è, grosso modo, lo stesso, forse senza urlo.
“La tua mimica esprime ciò che cerchi di celare” – Seneca
L’urlo del gesto estremo
Chi non ricorda il famosissimo “BANZAI”?
Durante la Seconda Guerra Mondiale, “BANZAI” divenne l’urlo di guerra tipico delle truppe giapponesi durante gli attacchi suicidi e le cariche umane di fanteria (Banzai charge), soprattutto in battaglie come Guadalcanal o Saipan.
Fu anche il titolo di un film, passato alla storia per la forza delle sue sequenze, in cui l’urlo veniva spiegato e messo in contesto attraverso dialoghi sulle portaerei nipponiche.
Nato come espressione di augurio di lunga vita, BANZAI divenne noto in Occidente proprio per quella tipologia di attacchi.
Oggi, il suo significato si è evoluto, diventando l’equivalente del nostro “Evviva”, specialmente se accompagnato dall’innalzamento delle braccia verso il cielo.


L’urlo come condivisione
Impossibile non ricordare il motto iconico nato dalla penna di Alexandre Dumas in I Tre Moschettieri:
“Tutti per uno, uno per tutti.”
È l’idea che ciascuno supporta il gruppo e che il benessere dell’uno dipende da quello di tutti.
Un’immagine ancora oggi fortemente radicata nel nostro immaginario, perché nulla rappresenta meglio la condivisione e l’unità di intenti tra le persone.
L’urlo in azienda
Di motti aziendali ce ne sono molti. Ognuno fa parte della storia e delle tradizioni che lo hanno generato e ne riassume l’identità.
In questo contesto, voglio ricordarne uno che ascoltai in America e che – a mio avviso – disegna con precisione i tratti della psicologia americana verso il lavoro e il business, in una società fortemente competitiva e fondata su scale sociali censocratiche:
“Prima essere i migliori, e poi essere i primi.”
Descrive un lavoro focalizzato sul miglioramento continuo, con l’obiettivo di emergere.
È il principio base di un’economia sociale spinta all’estremo, in cui il primato è il punto d’osservazione prediletto.
Che lo si condivida o meno, questa è la realtà americana.
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